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Niram Ferretti - Il sabba intorno a Israele - 09/10/2017 -


Niram Ferretti
Il sabba intorno a Israele
Lindau

"Qualunque sia la spiegazione, si può essere sicuri che ogni movimento religioso o sociale che rappresenti l'anti-intellettualismo più aggressivo troverà l'entusiastico sostegno d'un certo numero d'intellettuali cresciuti nella civiltà borghese occidentale, i cui valori essi scartano ostentatamente per umiliarsi di fronte allo splendore di un'inequivocabile barbarie".
A scriverlo è Leszek Kolakowski, autore di "Intellectuels against Intellect", un breve saggio citato da Niram Ferretti in epigrafe al quinto capitolo del suo "Il sabba intorno a Israele", un inquietante pamphlet sul «deragliamento» e anzi sullo «sprondamento della ragione» progressista, sul «palestinismo», sulle nuove forme dell'antisemitismo e sulla quinta colonna jihadista (e «islamofila», dunque assai peggio che «islamofoba») che occupa dagli anni Settanta dello scorso secolo le nostre università, i nostri giornali, le nostre televisioni e case editrici. Trasformata in un racconto gotico, come nei feuilleton che ispirarono I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, il tarocco antisemita dell'Okhrana, la polizia segreta zarista, la verità storica si trasforma nel suo contrario esatto: disinfornazzia, propaganda e invenzione.
Alimentata, all'inizio, dagli specialisti del Kgb, poi dalle pompose tirate pro arabe del generale De Gaulle, antimperialista col kepi, la leggenda nera d'Israele è stata perfezionata dai jihadisti arabi (prima dall'Olp di Yasser Arafat, poi dai kamikaze «palestinesi», dagli ayatollah iraniani, da al Qaeda e dall'Isis).
Ma è stata l'intellighenzia europea a fare d'Israele il paria delle nazioni, un'«entità» da estirpare, e degli israeliani un popolo demoniaco, che vuole l'annientamento dei pacifici musulmani (come, secondo Hitler, voleva l'annientamento dell'umanità intera, razza padrona in testa).
Ferretti racconta la storia di questa «sinistra» neo e post hitleriana, del suo amore per i tiranni, della sua grottesca e spaventevole patologia antisemita e antioccidentale (infatti, «se Israele è il nemico, è perché il nemico è l'Occidente»). «Patologia che viene da lontano, affonda nei disastri della mente provocati da idee distorte, da allucinazioni a occhi aperti», scrive Ferretti.
«Improvvisamente appaiono altre immagini, si riascoltano altre voci. Giungono da un passato non lontano. Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir a Cuba seduti davanti a Che Guevara, assassino a sangue freddo in nome delle magnifiche sorti e progressive che egli riteneva di incarnare, ed elogiato dal filosofo francese come immagine dell'«uomo perfetto»; Alberto Moravia che loda la virtù della miseria cinese durante il regno del terrore di Mao, poiché «l'uomo nasce sfiorito di tutto, ignudo come le fiere delle foreste» o Michel Foucault elettrizzato dalla rivoluzione khomeinista definita «la forma più moderna di rivolta», e di nuovo il vecchio Sartre in partenza per Teheran a omaggiare un altro modello se non di perfezione umana, tuttavia d'affrancamento rivoluzionario». E ancora: «Nel 2009, il caudillo sudamericano Hugo Chávez riceve in Venezuela Mahmud Ahmadinejad, il più accanito negazionista tra i leader musulmani dell'epoca, e abbracciandolo lo chiama un «compagno rivoluzionario», definendo invece Israele «il braccio armato omicida dell'impero americano-.
Anche l'Italia ha fatto la sua parte. Sono dell'estate del 2014, durante l'ultimo conflitto a Gaza, le dichiarazioni di Gianni Vattimo, ex filosofo del pensiero debole ed ex parlamentare di sinistra, a favore di Hamas. Durante un programma radiofonico invitò volontari europei a partire per Gaza per unirsi al movimento islamico contro Israele.
Recensendo Towards a new Cold War, un'opera di Noam Chomsky del 1982, Walter Laqueur descrive il libro come «un trattato così squallido, un pezzo di propaganda così malfatto, una montatura così risibile, intellettualmente inutile e moralmente grottesca, una parodia di erudizione che ricorda i peggiori eccessi dell'hitlerismo e dello stalinismo».
Chomsky, Sartre, Vattimo (nel suo piccolo) e gli altri sanno benissimo che quel che dicono è peggio che sbagliato: è insensato e ridicolo.
Solo degli imbecilli (e non tutti loro lo sono, ma soltanto alcuni) possono credere realmente che le satrapie islamiche, i regimi assassini mediorientali e le bande armate di fanatici tagliagole jihadisti, tutti questi nemici conclamati della democrazia e del diritto in ogni sua forma, si stiano battendo «per la libertà», e per di più contro il solo Stato democratico della regione, l'unico in cui gli arabi cosiddetti «palestinesi» godano di diritti civili e non vivano in un regime di terrore. Eppure, scrive Ferretti, «è difficile sbarazzarsi della vulgata che costoro propongono. La narrativa anti-israeliana e anti-occidentale è tenace, resistente, seducente perché è propagata nel nome della «giustizia» dei «diritti umani», delle «vittime». E una narrativa del riscatto, redentiva, palingenetica, solo che si tratta d'una truffa, d'un gigantesco inganno».

Diego Gabutti - Italia Oggi

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Il cinema israeliano contemporaneo 04/01/2010 -

Il cinema israeliano contemporaneo
a cura di Maurizio G. De Bonis, Ariel Schweitzer, Giovanni Spagnoletti
Marsilio

Ormai da circa dieci anni, il cinema israeliano è ospite fisso delle maggiori manifestazioni cinematografiche internazionali e riscuote sempre maggiore interesse anche in ambito critico.
Questo studio approfondito su una cinematografia “nuova ed emergente”, è il primo volume pubblicato sull’argomento nel nostro paese e analizza il fenomeno di una cinematografia che, pur avendo a disposizione modeste risorse economiche, è stata in grado in poco tempo di dar vita a un significativo cinema d’autore dalle caratteristiche critico-innovative. Il tutto evidenziando le tematiche che attraversano la società israeliana: dal problema del conflitto con il mondo arabo-palestinese alla condizione della donna, dai rapporti tra religione e laicità dello Stato ai temi della violenza e della guerra. Si tratta, dunque, di un testo importante per gli studiosi ma anche per quel pubblico curioso che non vuol fermarsi alle apparenze e alle notizie superficiali ma che intende invece affrontare tematiche altrimenti sconosciute.

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