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La Stampa Rassegna Stampa
19.05.2017 Iran: domenica alle urne, ma il fanatismo ha già vinto
Cronaca di Claudio Gallo, commento di Karima Moual

Testata: La Stampa
Data: 19 maggio 2017
Pagina: 7
Autore: Claudio Gallo - Karima Moual
Titolo: «Oggi gli iraniani alle urne. Conservatori all’assalto di Rohani - I nemici come un drago nel museo per celebrare Rivoluzione e nazionalismo»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 18/05/2017, a pag. 7, con il titolo "Oggi gli iraniani alle urne. Conservatori all’assalto di Rohani", la cronaca di Claudio Gallo; con il titolo "I nemici come un drago nel museo per celebrare Rivoluzione e nazionalismo", la cronaca di Karima Moual.

A destra: crimini contro l'umanità in Iran

Precisa la cronaca di Claudio Gallo nel descrivere l'Iran alle urne, un Paese in cui, comunque si esprima il voto, a decidere saranno gli ayatollah. Il commento di Karima Moual consente di capire la natura del regime clericale sciita, intriso di volontà espansionistica ed esaltazione del "martirio" contro l'Occidente.

Ecco gli articoli:

Claudio Gallo: "Oggi gli iraniani alle urne. Conservatori all’assalto di Rohani"

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Claudio Gallo

 

Da stamattina gli iraniani fanno la coda per votare, è finita una campagna elettorale sonnolenta che soltanto alla fine si è ripresa, quando la sfida si è ridotta a due contendenti: l’attuale presidente Hassan Rohani e il rettore del santuario dell’Imam Reza a Mashhad, Ebrahim Raisi. Un moderato (che negli ultimi giorni si è avvicinato ai riformisti) e un conservatore. In Iran il presidente, per quanto importante, non rappresenta il vertice del potere che è invece occupato dalla Guida suprema: esercito, magistratura, televisione e molti organi statali sono sotto il suo controllo. In teoria la Repubblica islamica è uno strano miscuglio di teocrazia e democrazia. È la «politica spirituale» che aveva entusiasmato Foucault, poi ferocemente criticato in Occidente per il suo flirt con gli ayatollah. La caduta di alcune sanzioni americane previste dall’accordo nucleare non aiuta più di tanto Rohani, che dell’intesa è stato il primo artefice. Trump ha aggiunto una serie di affermazioni minacciose e nuove sanzioni per il programma missilistico iraniano. Forse Washington sta aiutando un po’ di più i conservatori, impazienti di tornare a cantare «Morte all’America».

I pronostici
Nonostante in passato molti analisti si siano pentiti della loro audacia, la maggior parte degli esperti tende a credere che il vincitore sarà Rohani, forse già al primo turno. Raisi non sembra destinato a diventare un altro Ahmadinejad uscito dal nulla per vincere. Se però l’attuale presidente sarà sconfitto, la colpa sarà stata tutta dell’economia e della leggerezza con cui l’accordo nucleare è stato venduto come una panacea.
Per capirlo, basta farsi un giro intorno alla stazione ferroviaria al fondo del viale Vali Asr, nel profondo Sud di Teheran. Nei giardinetti all’inizio della piazza, dove dormono i mendicanti, davanti agli occhi severi dei ritratti di Khomeini e Khamenei sul muro della stazione. Le case sono più piccole, più basse e i salari non arrivano ai 215 euro mensili (2016) di uno statale di grado più basso. Con le parole della rivoluzione khomeinista qui vivono i «zagheh-neshinha», gli abitanti dei tuguri, contrapposti ai «kakh-neshinha», gli abitanti dei palazzi. Yahya, 32 anni, ha un chiosco dove, preferibilmente all’alba, si mangiano testa e zampe di pecora. «Voto Raisi - dice - perché non è un ladro. Quando non hai lavoro che ti frega della libertà, di come la gente si veste».

I «dannati della città» sono da sempre il nerbo della rivoluzione, a loro i conservatori fanno appello per tornare al potere. Anche se molti leader della «destra», come il sindaco Ghalibaf, dopo aver tuonato sul palco contro il 96 per cento che opprime il 4 per cento, vanno a casa in Mercedes. Raisi ha promesso 5 milioni di posti di lavoro e assegni assistenziali a pioggia, proprio come Ahmadinejad vuole «mettere la ricchezza del petrolio sul sofreh», il materassino su cui i poveri siedono per mangiare. Buona idea a prima vista, con la disoccupazione giovanile salita dal 24 al 30 per cento, ma la ricetta non ha mai funzionato. Il proprietario di un salone di auto di lusso su via Sohrawarsi, nel ricco Nord, giura infatti che ai tempi di Ahmadinejad faceva più affari. Nonostante la tassazione, che supera tuttora il 100 per cento, speculatori e trafficanti avevano le tasche piene.

Blake Archer Williams, nom de plume, è un iraniano nato in America che vive a Teheran. Studioso dell’Islam sciita, collabora con un seminario di Qom e l’università della capitale. Tradizionalista, pronostica la vittoria di Rohani. Ecco perché: «Il Paese è diviso tra principisti (conservatori) e riformisti. Tutti i riformisti e molti principisti voteranno per Rohani che non appartiene a nessuno dei due campi anche se è più vicino ai primi. La ragione per cui vincerà è che l’alternativa, Raisi, non è adatta a guidare il Paese. Raisi è stato ai vertici del ministero della Giustizia ma non ha saputo combattere la corruzione né in casa né nel Paese. Per questo la gente non gli affiderà il governo».

Solida maggioranza
In caso di vittoria, entrambi i candidati aspirano a una percentuale abbastanza sopra il 50 per cento per avere un forte mandato popolare. Rohani lo ha detto in un comizio: «Ho bisogno di un voto ben sopra il 51 per cento per fare alcune cose che ho in mente». Finora la vittoria di un leader moderato è sempre stata seguita da un’iniziale recrudescenza della repressione. L’apparato di sicurezza vuole che si sappia chi comanda. Vedremo se anche stavolta sarà così.

Karima Moual: "I nemici come un drago nel museo per celebrare Rivoluzione e nazionalismo"

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Karima Moual

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Ebrahim Raisi - Hassan Rouhani

A nord di Teheran, alle spalle del Tabiat bridge si estende una struttura imponente con ventuno ettari di terreno, giardini, un’area giochi per bambini, numerosi carri armati e artiglieria made in Iran. È in mostra la guerra insieme alla rivoluzione, celebrata con le migliori tecnologie, come il più prezioso dei feticci nel più recente e maestoso museo dell’Iran: l’islamic Revolution & The Holy Museum Defence.

Benvenuti nella più eccellente e diabolica promozione della cultura della resistenza. Quel filo sottile e intricato, forse più di altri, che tiene legati anche le parti più frammentarie della società iraniana presenti anche in questa tornata elettorale. Per sfiorare l’Iran e capirne l’attualità, e la visione politica, bisogna percorrere in lungo e in largo il memoriale in onore della resistenza. L’accuratezza dei dettagli, la meticolosità nella raccolta storica degli eventi, la creatività artistica e gli strumenti tecnologici sono un tuffo nella modernità. Quella delle nuove generazioni dell’era digitale. Molti, accolti insieme ai visitatori dalla prima sala con la riproduzione fisica - quasi fosse un set cinematografico - delle più imminenti figure iraniane morte nella resistenza. A seguire tante delicate farfalle che incorniciano oggetti, foto, vestiti e accessori di chi non c’è più. Una premessa per entrare nel cuore del museo con il racconto dello Shah, le manifestazioni sino ad arrivare a Khomeini, con i suoi discorsi, la folla che lo plaude, la cacciata dello Shah e l’imposizione della Repubblica islamica con il volto severo dell’Ayatollah. Il percorso del museo si anima attraverso video inediti, audio, ritratti, mappe, schede tecniche militari, riadattamenti di contesti autentici di guerra, territori di battaglia con temperature estive e invernali, per portare il visitatore a sentire sulla pelle anche il clima del contesto.

Villaggi, quartieri rasi al suolo vengono riprodotti virtualmente, e prendono di soprassalto il visitatore. L’esaltazione del martirio è presente in ogni percorso. E poi il mondo e l’Iran nel racconto dei media è una riproduzione di un grande drago stilizzato con le più importanti sigle delle tv internazionali, come la Cnn, che sputa fuoco contro la Repubblica islamica, un fuoco divampante e imponente che non avrà la meglio. Le prime pagine dei giornali del mondo che raccontano l’Iran tutte contro, da Le Monde al New York Times. Singolare che l’Italia sia il grande assente nella propaganda del «contro tutti», che si conclude con le strette di mano a Saddam Houssein dei diversi capi di stato, arabi e occidentali e finisce, sempre con Saddam, ma questa volta con una corda al collo, e una foto di Bush figlio. Ironia della sorte o parabola di una cattiva condotta?

Si conclude con l’arricchimento dell’uranio, riprodotto come fiore all’occhiello del Paese, ovviamente per scopi pacifici. E infine una stanza quasi paradisiaca, con specchi e decorazioni. Pura esaltazione del martirio. Come dire la resistenza è un dono di Dio e per pochi eletti. Difficile crescere in Iran, con ancora le foto dei martiri a incorniciare le strade e i muri, senza esserne unti dalla sua forza simbolica. Ora c’è un museo che la esalta, a futura memoria dei più giovani, ma anche della nostra che ancora fatichiamo a raccontarla con le sue zone d’ombra. Per loro è già storia redatta e memoria da celebrare.

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