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La Repubblica Rassegna Stampa
17.05.2017 Siria: la testimonianza dello studente che ha visto l'orrore di Assad
Francesca Caferri intervista Omar Abu Ras

Testata: La Repubblica
Data: 17 maggio 2017
Pagina: 17
Autore: Francesca Caferri
Titolo: «'Torture e umiliazioni così si muore nel carcere di Assad'»

Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 17/05/2017, a pag. 17, con il titolo "Torture e umiliazioni così si muore nel carcere di Assad", l'intervista di Francesca Caferri a Omar Abu Ras.

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Francesca Caferri

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La prigione di Saydnaya, in Siria

Omar Abu Ras è un ex studente di Economia della provincia di Aleppo: la sua vita si è fermata il 29 dicembre del 2012, quando aveva 23 anni ed è stato arrestato con l’accusa di aver aderito alle manifestazioni contro Bashar Al Assad. Da quel giorno è cominciato un inferno lungo 29 mesi che lo ha portato in cinque diverse prigioni gestite dai servizi segreti siriani. Il periodo più buio della sua detenzione sono stati i mesi trascorsi a Sednaya. Oggi, a 28 anni, Omar è libero: coordina un gruppo di ex prigionieri che con le loro testimonianze, raccolte fra gli altri da Amnesty International e Human rights watch, sperano di arrivare a un tribunale internazionale.

Omar, perché è stato arrestato? «Mi hanno fermato ad un controllo. Ero accusato di aver partecipato alle manifestazioni».

Era vero? «Sì».

Lei fa parte o ha fatto parte di un gruppo armato? «Nel dicembre del 2012 non c’erano gruppi armati in Siria».

Che è successo poi? «Sono finito a Sednaya. Non ci sono parole per descrivere l’orrore. Vivevamo in 50 in una cella di 10 metri per cinque. Qualche volta eravamo 70. Cinque giorni a settimana, nel pomeriggio, venivamo convocati per le sessioni di tortura: duravano ore, se eravamo fortunati».

E in cosa consisteva la tortura? «A volte solo nel costringerci a stare in piedi. Altre volte eravamo infilati in una ruota, in modo che spuntassero solo mani e piedi: e ci colpivano con cavi elettrici. In condizioni normali si andava dalle 30 alle 40 sferzate. Ma se c’era una sconfitta militare, un avanzamento dei ribelli, le sferzate diventavano centinaia».

Come si svolgevano le giornate? «Ci svegliavamo alle 5.30. Ogni cella aveva un capocella responsabile di controllare che tutti fossero in piedi. A quel punto c’era l’appello: alcuni finivano in un ospedale dove avrebbero dovuto essere curati. Ma nessuno è mai tornato da lì. Altri alla tortura. Altri agli interrogatori, che poi erano una forma di tortura. Eravamo nudi, tutto il giorno: potevamo andare al bagno solo 2 volte al giorno, in fila, piegati con la testa sul sedere della persona davanti. Una volta in bagno avevamo dieci secondi: poi ci buttavano fuori. Dovevamo andare al bagno, lavarci e bere, perché non c’era acqua in cella».

Cosa ricorda con maggior orrore? «Forse dovrei dirle i morti. Ma i morti in cella erano all’ordine del giorno. La cosa che ricordo con più orrore è la morte di un uomo che avrebbe potuto essere mio nonno: si chiamava Abdulmajid al Majah. Era marzo 2013 e lui aveva più di 70 anni: stava male, si muoveva lentamente e quindi i secondini gli davano più tempo per andare al bagno. Una volta era di turno una guardia particolarmente feroce che per punirlo della lentezza lo ha costretto a gettare la sua dentiera negli escrementi e poi a rimettersela in bocca. Poi gli ha spaccato la testa con un colpo: quando mi sono girato era a terra, con la bocca piena di escrementi, la testa rotta, il sangue. Non abbiamo potuto fare nulla, non potevamo lavarlo, né fermare il sangue. È morto così».

Lei ha visto i crematori? «No. Ma metodi per liberarsi dei corpi in tempi rapidi erano necessari. Mancano all’appello 300mila persone passate per Sednaya in questi 5 anni, siamo sopravvissuti solo uno su quattro».

Come è uscito? «Uno scambio fra prigionieri di Hezbollah e uomini dello Stato islamico: lo Stato islamico, quando sono entrato in carcere io, neanche esisteva. E di certo io non ne avrei mai fatto parte».

Perché hanno scelto lei? «Non lo so».

E oggi? «Ho cercato di ricordare i nomi dei morti, tutti. E di trasmetterli alle famiglie. Solo così posso vivere».

(ha collaborato Fouad Rouheia)

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