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Corriere della Sera Rassegna Stampa
16.05.2017 Roma: apre la mostra sulla Menorà
Cronaca di Paolo Conti

Testata: Corriere della Sera
Data: 16 maggio 2017
Pagina: 12
Autore: Paolo Conti
Titolo: «Insieme Vaticani e Museo ebraico per la Menorà: culto, storia e mito»

Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 16/05/2017, a pag. 23, con il titolo "Insieme Vaticani e Museo ebraico per la Menorà: culto, storia e mito", la cronaca di Paolo Conti.

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Difficile che una mostra sia, nello stesso tempo, scientificamente ineccepibile e anche profondamente significativa di una svolta storico-culturale. Capita qui a Roma con «La Menorà/Culto, storia e mito» che si apre oggi (per restare aperta fino al 23 luglio) in due sedi: il braccio di Carlo Magno in piazza San Pietro e il Museo Ebraico di Roma in via Catalana, nel cuore dell’antico Ghetto romano. Si tratta di 130 straordinari pezzi (120 esposti in Vaticano, e dieci nel Museo ebraico) che vanno dall’antichità ai disegni preparatori per «Triumphs and Laments», i graffiti di William Kentridge lungo i muraglioni del Tevere. Mezzo mondo culturale si è mosso per prestare opere che grondano storia, bellezza, religione: dal Louvre di Parigi alla National Gallery di Londra passando per l’Israel Museum, l’Albertina di Vienna o il Museo Sefardì di Toledo (www.lamenora.it).

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Al centro la Menorà, «alla romana», senza l’«h», perché siamo nella città della comunità ebraica più antica della Diaspora, con presenze attestate dal II secolo avanti Cristo. Qui a Roma la Menorà apparve nell’anno 70 dell’era moderna dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme decisa dall’imperatore Tito, la traccia più celebre è nel suo arco trionfale al Foro. Era il simbolo del popolo ebraico, fatto forgiare in oro puro da Mosè «su ordine del Signore». Poi sparì, di nuovo qui a Roma, dopo il sacco dei Vandali di Genserico nel 455, inseguita da mille leggende: trasferita a Costantinopoli, o forse a Cartagine, oppure riportata segretamente a Gerusalemme, o magari finita nei fondali del Tevere o sepolta addirittura sotto san Giovanni in Laterano.

Infatti al Museo Ebraico è esposta la Tabula Magna Lateranensis (1288-1292) in cui si elencano i tesori conservati a san Giovanni e si cita il «candelabro aureo». Dunque, una mostra «romana» che apre (ecco la svolta) un capitolo completamente nuovo nei rapporti tra cattolicesimo ed ebraismo: due istituzioni come i Musei Vaticani e il Museo Ebraico (diretti da due donne, Barbara Jatta e Alessandra Di Castro, in magnifica sintonia tra loro) che aprono nelle due sedi un’unica mostra dedicata a un simbolo identitario ebraico e che poi ha avuto, nel cristianesimo e soprattutto nel cattolicesimo romano, mille declinazioni figlie del prototipo biblico.

La mostra (curata e diretta da Alessandra Di Castro, da Arnold Nesselrath, delegato per i dipartimenti scientifici e i laboratori di restauro dei Musei Vaticani, e da Francesco Leone, professore associato di Storia dell’Arte Contemporanea all’università di Chieti-Pescara) segue un suggestivo itinerario ispirato ai rotoli della Torà, ideato da Roberto Pulitani dei Servizi tecnici del Vaticano. Barbara Jatta e Alessandra Di Castro, legate da un’evidente sintonia culturale e personale, hanno insistito molto sul significato non solo documentaristico e artistico della mostra. Nei Musei Vaticani sono esposte le splendide Mappah ottocentesche provenienti dal Museo Ebraico, il quale a sua volta espone non solo la Tabula Magna Lateranensis ma anche due epitaffi marmorei del IV secolo dopo Cristo dei Musei Vaticani. Tra i capitoli imperdibili, oltre alla Tabula Magna, la Pietra di Magdala ritrovata durante una campagna di scavi del 2009 che ha permesso di ritrovare una delle più antiche Sinagoghe della Galilea, un magnifico busto di Tito dell’anno 75, l’incredibile Bibbia di san Paolo Fuori le Mura del IX secolo, straordinariamente moderna nel suo racconto iconografico. E altri tesori da studiare e capire tra arte, letteratura, preghiera, alle radici della cultura giudaico-cristiana. Una mostra che ci riguarda e ci appartiene.

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