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Informazione Corretta Rassegna Stampa
17.05.2017 La partita è aperta
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Testata: Informazione Corretta
Data: 17 maggio 2017
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «La partita è aperta»

La partita è aperta
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,

ieri vi ho parlato della tensione legata alla visita di Trump in Israele e dall’incertezza sul suo progetto politico per il Medio Oriente. A confermare i dubbi vi è stato uno sgradevole incidente di cui la stampa italiana non ha parlato, anche se quella israeliana vi ha dedicato parecchia attenzione.

Ecco la storia. Come sapete Trump ha scelto di inserire nel programma del suo viaggio una visita a Masada, l’ultimo baluardo dove un gruppo di ebrei resistette eroicamente a un intero esercito romano durante la guerra del 70, che è diventato un simbolo dell’autodifesa ebraica, e il Kotel, quel che in occidente si chiama “muro del pianto”, l’avanzo del recinto del Tempio di Gerusalemme più prossimo all’antico sacrario. Netanyahu, com’è normale in questi casi, ha proposto di accompagnare il presidente e un certo numero di agenzie fotografiche hanno cercato di accreditarsi all’evento. La risposta è stata negativa. Un “alto funzionario” del gruppo americano che prepara in loco la visita, innominato ma a quanto pare membro dello staff del consolato americano di Gerusalemme (che come tutti i consolati occidentali in città, che agiscono da “quasi ambasciate” per l’Autorità Palestinese e sono il luogo in cui si concentrano i filopalestinisti e gli antisionisti delle diplomazie occidentali) ha risposto in maniera molto rude, ben al di là dei limiti diplomatici. La visita è privata, nessuno può assistere, sembra abbia detto, e comunque, “none of your business” non sono fatti vostri, perché il Kotel non è territorio israeliano, ma palestinese (http://www.jpost.com/Israel-News/US-official-Kotel-not-your-territory-490833). poi la Casa Bianca ha smentito (http://www.jewishpress.com/news/us-news/white-housewhite-house-clarifies-western-wall-position-with-jewishpress-com/2017/05/16/), ha detto che quella non è affatto la convinzione di Trump (http://www.jpost.com/Israel-News/White-House-questions-authenticity-of-Western-Wall-sovereignty-comments-490831).

Nel frattempo è arrivato in Israele il nuovo ambasciatore nominato da Trump, David Friedman, che è un ebreo ortodosso personalmente amico degli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria, e come primo atto si è recato al Kotel e ha baciato le pietre del muro, come usano fare gli ebrei osservanti (http://www.jpost.com/Israel-News/Western-Wall-is-US-Ambassadors-first-stop-in-Israel-490848). Netanyahu ha commentato che questo gesto è un atto di solidarietà rispetto all’insulto anonimo dell’”alto funzionario”, che finirà sotto la direzione di Friedman (http://www.jpost.com/Israel-News/Netanyahu-US-envoy-Western-Wall-kiss-was-a-solidarity-act-490898).

Immagine correlata
Donald Trump

Possono sembrare azioni un po’ folkloristiche, ma la politica in Medio Oriente è fatta anche di simboli e non ce n’è nessuno da quelle parti più potente del Monte del Tempio che consacra Gerusalemme nella tradizione ebraica (e di conseguenza in quella cristiana) come il luogo sacro per eccellenza, ed è per questo diventato oggetto di una operazione di appropriazione degli islamisti che sarebbe ridicola se non fosse la premessa di serissime tensioni. Il tentativo degli obamiani filopalestinisti dentro il Dipartimento di Stato, che sono ancora la maggioranza, di condizionare e sovvertire le posizioni della presidenza arrivano fino a provocazioni come questa, perfettamente analoga al tentativo che Abbas ha fatto di portare Trump senza dirglielo a rendere omaggio alla tomba del “martire” Arafat (http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/229289) in modo da incastrarlo con una foto.

C’è chi vorrebbe che Trump continuasse sulla vecchia strada delle trattative sui “due stati”, fallite cento volte e da cui il nuovo presidente aveva scelto di distanziarsi (http://www.jpost.com/Arab-Israeli-Conflict/Palestinian-envoy-Two-state-solution-must-be-basis-for-any-Trump-peace-effort-490873). D’altro canto ci sono anche coloro che fiutano l’occasione di rilanciare la linea dura, come i terroristi condannati che stanno facendo uno sciopero della fame con futili obiettivi (un po’ più visite, un po’ più televisione nelle celle, cibo cucinato da loro, possibilità di farsi i selfies coi parenti o forse di essere avvicinati senza schermi per contrabbandare merci proibite, cose così); oppure il sindaco di Tulcarem che ha deciso di usare questa occasione per dedicare una piazza a un terrorista omicida (http://www.jpost.com/Arab-Israeli-Conflict/West-Bank-city-names-square-after-killer-of-Israeli-soldier-490861). Ma lo spazio per queste provocazioni è dato da una politica di questa amministrazione che non è ancora ben definita e che dunque è oggetto di disputa. Su questo punto vi invito a leggere l’analisi di Caroline Glick, lucidissima come al solito: http://www.jpost.com/Opinion/Our-World-American-greatness-and-the-PLO-490819. Una delle ragioni di questa confusione è l’”imminente disastro umanitario” che incomberebbe sugli arabi di Giudea e Samaria da cinquant’anni a questa parte (http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4960746,00.html).

Ma il “disastro umanitario” è un inganno da parte di una leadership composta da ladri, oltre che da terroristi, che ha sempre rifiutato di applicare piani di sviluppo seri come questo (http://jcpa.org/article/proposal-trump-initiative-economic-development-west-bank-gaza/), dichiarando di voler mantenere la propria “autodeterminazione”: proprio quell’autodeterminazione che Trump sembra voler dichiarare come obiettivo della sua azione (http://www.reuters.com/article/us-usa-trump-trip-whitehouse-idUSKBN1882K7). Il pasticcio è dovuto a uno sguardo razzisticamente indulgente nei confronti di una società che è stata corrotta proprio dagli aiuti internazionali, dal rifiuto di condannare le radici del terrorismo, insomma che può abbandonarsi ai propri istinti deteriori, perché “poverini sono vittime”. O forse perché soddisfano gli istinti antisemiti, nascosti ma ben presenti, delle politiche occidentali. Uscire da questa complicità è quel che abbiamo sperato da un uomo nuovo, realistico e combattivo come Trump, che non si fa imprigionare dal politically correct. Ci riuscirà? Sarà capace di volerlo e di pagare il prezzo che la vecchia élite sta cercando di imporgli? La partita è aperta.

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