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'Cinecittà' di Lizzie Doron 26/09/2017
Cinecittà
Lizzie Doron
Traduzione di Paola Buscaglione Candela
Giuntina Euro 17

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La copertina (Giuntina ed.)

“Ecco cosa succede quando si siede a pranzo accanto a una persona del Medio Oriente. Bastano cinque minuti per sentire rimbombare nelle orecchie l’eco delle parole shoah, guerra, occupazione, intifada!”

Cinecittà, la capitale del cinema fondata a Roma da Mussolini nel 1937, dove negli anni ’50 e ’60 importanti registi come Fellini, Visconti, Pasolini hanno girato la maggior parte dei loro film, è anche una “parola convenzionale”, quasi un “codice segreto” che ricorre più volte nel nuovo romanzo della scrittrice israeliana Lizzie Doron pubblicato da Giuntina con il titolo di “Cinecittà”. Figlia unica di genitori scampati alla Shoah, Doron che è nata a Tel Aviv ed è vissuta molti anni in un kibbutz nel Golan tornando poi a vivere nella sua città, ha esordito in Italia con il libro “Perché non sei venuta prima della guerra? (Giuntina) che si è aggiudicato nel 2009 il premio Adei-Wizo Adelina della Pergola.

Con i suoi romanzi tutti pubblicati da Giuntina (“C’era una volta una famiglia”, “Giornate tranquille”, “Salta, corri, canta!”, “ L’inizio di qualcosa di bello”) abbiamo ascoltato la voce dei figli dei sopravvissuti alla Shoah, coloro che non hanno conosciuto l’orrore dello sterminio ma ne hanno respirato l’afflato nei silenzi dolorosi dei genitori. Dal quartiere di Bitzaron a sud di Tel Aviv, dove è nata e cresciuta, Doron trae ispirazione per i suoi romanzi dai quali emerge non solo il racconto di chi viene dal “mondo di là” con la difficoltà di inserirsi in una società nuova, come la stessa madre dell’autrice, ma anche i sogni, le speranze e i conflitti che hanno segnato l’esistenza dei giovani, molti dei quali suoi amici, figli di sopravvissuti all’Olocausto. Se nei romanzi precedenti il filo conduttore è la Shoah e le guerre d’Israele nelle quali l’autrice ha perso alcuni compagni d’infanzia, nel nuovo libro, “Cinecittà”, Doron si cimenta con una storia di amicizia non facile e senza dubbio inusuale nel contesto in cui vive: quella fra una scrittrice benestante di Tel Aviv e un palestinese sognatore che vive a Gerusalemme Est con la moglie Laila e i due figli, il cui sogno è diventare regista.

E’ nella splendida cornice della città di Roma che la scrittrice israeliana conosce Nadim Abu Heni di Gerusalemme Est, docente di italiano e nel tempo libero fotografo per alcune organizzazioni umanitarie, entrambi invitati a un convegno sulla pace per confrontarsi sul conflitto israelo-palestinese. Sin dal primo incontro, che si svolge dinanzi a una platea pervasa da pregiudizi e stereotipi contro Israele, nasce un delicato rapporto di amicizia che tenta, fra difficoltà e conflitti quotidiani, di dare vita a quel sentimento di affetto che lega persone affini, con gli stessi ideali e progetti, portandole ad immedesimarsi nell’altro. Al ritorno da Roma Nadim e la scrittrice iniziano ad incontrarsi a volte in un caffè a Gerusalemme Est, oppure a Tel Aviv o nella casa di Lizzie con l’intento di scrivere un libro sulla loro esperienza. Nadim dal canto suo con una telecamera artigianale si cimenta a ritrarre l’amica israeliana in vari luoghi di Gerusalemme rammentando particolari della sua vita, senza darle mai la possibilità di esprimere compiutamente il suo pensiero.

Le tensioni sono inevitabili: tanto Nadim è umorale, ora allegro e propositivo ora depresso e rabbioso, quanto la scrittrice è armata di una pazienza che pare inesauribile per cercare di comprendere le ragioni e quasi sempre giustificare i comportamenti bizzarri dell’amico. Durante questi incontri il lettore – che si spera non prevenuto – apprende soprattutto dei soprusi dei soldati israeliani che impongono lunghe e accurate perquisizioni ai posti di blocco, che controllano minuziosamente gli abiti, gli oggetti, i compiti scolastici dei giovani palestinesi esercitando “l’arroganza delle forze di occupazione”. Con scarsa convinzione l’autrice tenta, a volte, di ribattere per spiegare le ragioni che inducono i soldati a quel comportamento, ma Nadim pare insensibile ad ogni parola e distratto dai suoi progetti. Del resto, mentre Nadim non le risparmia alcun racconto in cui i palestinesi spiccano come popolo oppresso e vessato dallo Stato d’Israele, la scrittrice rievoca fra se il dolore per la morte di una cara amica, uccisa in un attentato terroristico, ma non osa condividere questo ricordo doloroso con Nadim. Perché? E’ pudore o tentativo di proteggere il suo amico? Sullo sfondo spiccano figure femminili magistralmente ritratte come Ornat Shamir, l’amica architetta di giardini che non ha molta fiducia nella volontà degli arabi di arrivare alla pace, come Dvora, pacifista con il paraocchi, dalla parte dei palestinesi senza alcuno spirito critico e pronta a sacrificare all’ ideale pacifista anche il suo matrimonio o come Laila, moglie di Nadim, dolce e sottomessa, che conduce una vita molto diversa da quella che si era immaginata e ora si augura soltanto di avere un permesso di soggiorno permanente per spostarsi nel paese.

L’autrice, che si sente “responsabile” delle difficili condizioni in cui vivono i palestinesi, coinvolge nella vicenda Yoram, un amico avvocato, che senza chiedere alcun compenso attiva presso il Ministero dell’Interno tutte le procedure burocratiche necessarie affinchè Laila possa realizzare il suo sogno. Non mancano nel libro alcune rapide incursioni nel passato dell’autrice con il ricordo della madre Helena e dei suoi amici scomparsi nelle guerre israeliane, mentre la Shoah rimane sullo sfondo, ma sempre presente nel cuore e nella mente di Lizzie. Fra speranze e disillusioni, diffidenza e fiducia il racconto dell’amicizia fra Nadim, personaggio di fantasia, e l’autrice procede con un registro ironico e commovente per offrirci un’ inedita lente di osservazione sul conflitto e sui rapporti fra israeliani e palestinesi, mettendo in luce i pregiudizi di entrambe le parti oltre che dell’Europa, quest’ultima soprattutto nei confronti dello Stato d’Israele.

Frutto di esperienze realmente vissute “Cinecittà” ci permette di gettare uno sguardo alla storia, alla cultura e alle tradizioni di due popoli ponendoli su una ideale carta geografica e di avvicinarsi alla realtà di un conflitto che dopo molti anni è ancora senza soluzione. Un testo che suscita riflessioni profonde quello di Lizzie Doron e che, a parere di chi scrive, dovrebbe indurre il lettore ad approfondire la storia di ciò che è accaduto in Medio Oriente – prima e dopo la nascita dello Stato d’Israele - senza farsi trasportare dall’emotività o irretire dai pregiudizi che sono i veri nemici della verità e della pace!

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Giorgia Greco


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