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Dario Peirone
Israele & innovazione
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IC7 - Il commento di Dario Peirone: A chi dà fastidio la Startup Nation?
IC7 - Il commento di Dario Peirone
Dal 22 al 28 gennaio 2017

A chi dà fastidio la Startup Nation?

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La Startup Nation va alla grande. Quindi suscita invidie. E dà anche molto fastidio, perché mostra in maniera brillante che cosa è Israele, il suo spirito e le capacità del suo popolo. Allora bisogna cominciare a esprimere critiche e a creare alternative, non importa se entrambe le cose sono pretesti al limite dell’assurdo. Cominciamo dalle critiche.

Si può criticare la voglia di imprenditorialità di un paese e il suo successo nell’innovazione? Difficile. Allora pigliamola alla larga e buttiamola sull’anticapitalismo e sulle disuguaglianze, che piacciono sempre. Il nuovo libro di Yuval Noah Harari, Homo Deus, fondamentalmente si basa su questo. Il professore di storia della Hebrew University è diventato un fenomeno letterario con Sapiens, una storia dell’umanità sulla falsariga del Tramonto dell’Occidente di Spengler, solo che anziché la prospettiva del superuomo germanico viene utilizzata quella del materialismo marxista. Il libro è brillante e ben scritto, diventa un successone liberal e apre le porte dei giornali “giusti” (Haaretz, the Guardian ecc.) al prof scrittore. Bill Gates e Mark Zuckerberg lo consigliano nei loro post. Del resto, nella visione di Harari, sono loro i nuovi padroni del mondo, quindi è logico che gli facciano pubblicità. Ora, con Homo Deus, Harari se la prende con i Big Data, che svuoterebbero l’individuo della sua umanità, rendendolo solo un algoritmo costruito per consumare e dare informazioni alle onnipotenti imprese digitali sui suoi gusti e sulle preferenze, che i giganti come Google utilizzano per poi farne profitto (https://www.theguardian.com/books/2016/aug/24/homo-deus-by-yuval-noah-harari-review).

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La copertina del libro di Harari

Harari è uno storico, quindi non capisce nulla di informatica e Big Data. Se ne capisse qualcosa, probabilmente sarebbe molto meno preoccupato e ridimensionerebbe di gran lunga il loro supposto “potere”. Ma il punto è un altro: dov’è che queste aziende digitali fanno ricerca e sviluppo, spesso sviluppando proprio questi malefici algoritmi? In Israele, ovviamente. La critica è sofisticata, non è la berciata da BDS compulsivo. Ma è una obiezione ideologica alla radice, fatta proprio da un professore israeliano, quindi è perfetta. I giornali progressisti inglesi e americani lo hanno già consacrato come la nuova “coscienza critica” di Israele, vedrete che tra poco accadrà anche qui.

Ma non basta. Bisogna anche mostrare che la Startup Nation la possono fare tutti, anche gli arabi. Non c’è bisogno di fare tre anni di leva militare, di spaccarsi la schiena in università selettive, di costruire un sistema economico che valorizzi le capacità individuali. No, bastano i soldi. Purtroppo, però, i tentativi fatti negli stati del Golfo non sono stati eclatanti e, nel migliore dei casi, è stato creato qualche distretto tecnologico per succursali di grandi aziende occidentali. Allora ecco la pensata, che arriva direttamente dall’America. Oltre ai soldi, ci mettiamo qualche bella faccia giovane e usiamo gli stessi termini da Silicon Valley: geek, startup, dream, incubator.

Ed ecco a voi Gaza Sky Geeks, il primo incubatore per startup digitali…a Gaza. (https://gazaskygeeks.com/home/). Ebbene sì, la “prigione a cielo aperto”, il “campo di concentramento”, il posto dove la gente muore di fame e i cattivi israeliani tolgono acqua ed elettricità. Eppure, la ONG americana Mercy Corps ci ha creato un incubatore. Vedere il sito di Gaza Sky Geeks è veramente istruttivo per capire come durante l’Amministrazione Obama sia cambiato l’approccio americano in Medio Oriente. L’incubatore è finanziato dai colossi americani (compresa la Coca Cola), non da qualche stravagante milionario no global. Sponsorizzano la sua campagna di crowdfunding molti guru dell’economia digitale, che ci credono oppure si son fatti abbindolare per bene. Il più entusiasta è Dave McLure dell’incubatore americano “500Startups”, che dichiara rapito: “Persone abituate a vivere e lavorare all'interno di un continuo conflitto armato, con blackout improvvisi e privazioni di ogni sorta, potrebbero effettivamente essere tra i migliori imprenditori al mondo”. Forse Dave non ha capito che la sua descrizione è perfetta…ma per gli israeliani, specialmente quelli che vivono nelle città al confine con Gaza. La popolazione di Gaza è totalmente dipendente e sottomessa ad un movimento integralista islamico, Hamas, che istruisce fin da piccoli al terrorismo e all’odio e impedisce qualsiasi forma di dissenso attraverso minacce, torture, intimidazioni. L’unico modo per sopravvivere a Gaza è essere di Hamas o adeguarsi. Altro che “grande mentalità imprenditoriale”. Ovviamente, un’iniziativa di questo tipo si può fare solo ed esclusivamente con il permesso e la collaborazione di Hamas, collegata proprio a quei fratelli musulmani per cui l’ex presidente americano aveva un debole. Interazioni con Israele? Né previste né incoraggiate. È un’entità lontana e ostile, la cui cattiveria aleggia nei filmati e negli articoli citati. In compenso, c’è un programma specifico per le ragazze, che subito fa battere il cuore dei media occidentali che esaltano il “rispetto” per la donna (velata) dell’incubatore di Gaza. Un’operazione di propaganda coi fiocchi, non c’è che dire.

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I bambini di Gaza trasformati in terroristi fin dalla più giovane età

Sul sito di NGO monitor si scopre che questo incubatore è stato finanziato negli ultimi due anni per quasi due milioni di euro da Unione Europea e Stati Uniti (senza contare i fondi privati). Capito bene la cifra? Pochi incubatori in Europa possono contare su così tanti soldi. Ovviamente, tutto è corredato con filmati a senso unico, che fanno vedere quanto siano belli e bravi i ragazzi di Gaza, isolati del mondo e (di nuovo) al buio per colpa dei cattivi israeliani. Peccato che poi venga intervistata una ragazza che ha partecipato e che è stata premiata con un viaggio (pagato) in Silicon Valley, e che candidamente dice: “Mio padre all’inizio non voleva, poi si è convinto a lasciarmi andare e mi è piaciuto tanto”. Ah ecco, quindi il problema per uscire da Gaza sta nel permesso di papà, altro che le panzane che ci dobbiamo sorbire ogni volta sul “blocco-israeliano-che-affama-la-popolazione-di-Gaza”.

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In questa storia di ipocrisia politicamente corretta di collusione col terrorismo a spese del contribuente occidentale, l’unica nota di speranza arriva proprio da Israele. Un imprenditore dell’hi-tech israeliano, infatti, cerca di vedere il lato positivo e prova a dare lavoro ai “geek” palestinesi per “tentare di creare legami” (http://www.jpost.com/Israel-News/Israeli-high-tech-company-extends-hand-to-Gazas-programmers-457061), anche se deve poi ammettere che l’odio palestinese rende difficile collaborare e che il lavoro è complesso quando nessun israeliano può andare fisicamente a incontrare i colleghi palestinesi, perché verrebbe ucciso appena entrato a Gaza.

“Più interagiamo, più combattiamo per la coesistenza dei nostri due popoli”, dice l’imprenditore. Ecco, magari spieghiamolo a Obama e ad Hamas. Che, per quanti sforzi abbiano fatto e per quanti intellettuali “critici” abbiano trovato, non son riusciti a far smettere di brillare l’unicità della Startup Nation nel mondo.

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Dario Peirone, Ricercatore di Economia e Gestione delle Imprese - Dipartimento di Economia e Statistica, Università di Torino


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
www.jerusalemonline.com
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