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Dario Peirone
Israele & innovazione
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IC7 - Il commento di Dario Peirone: La startup nation, la culla dell’innovazione, il paese dell’hi-tech
IC7 - Il commento di Dario Peirone
Dal 22 al 28 maggio 2016

La startup nation, la culla dell’innovazione, il paese dell’hi-tech

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Queste descrizioni di Israele sono ormai entrate nel linguaggio giornalistico, portandolo quasi a superare la California come simbolo di innovatività (http://www.forbes.com/sites/theyec/2013/10/02/for-real-innovation-its-not-silicon-valley-but-silicon-wadi/#642c1b1e4fab). Altrettanto diffusa e impressionante è la lista delle tecnologie israeliane impiegate da quasi ogni device, app e sito che utilizziamo tutti i giorni, o l’interminabile elenco delle più grandi imprese mondiali dell’hi-tech che hanno aperto o stanno per aprire un centro di ricerca in Israele. Per una visione generale basta guardare questo rapporto presentato alla Commissione Europea: https://ec.europa.eu/jrc/sites/default/files/events/20140120-tto-circle/jrc-20140120-tto-circle-zetelny.pdf.

Proprio in questa settimana è stata lanciata la nuova edizione del concorso Startup Tel Aviv, a cui partecipano sempre più startup italiane ansiose di conoscere e vivere l’atmosfera della Silicon Wadi (http://www.wired.it/economia/start-up/2016/05/20/startup-tel-aviv-boot-camp-si-punta-sulle-donne/). Eppure, Israele non è l’unico paese che ha scommesso sull’alta tecnologia. Moltissimi governi spendono cifre ingenti per creare “nuove Silicon Valley”, sparse per l’Europa, l’Asia e persino il Medio Oriente (si pensi all’enorme investimento per attirare imprese innovative fatto dagli Emirati Arabi).

Come mai allora Israele è il modello più copiato, il più avvincente, il più spettacolare? Prendiamo altri due casi: Estonia e Corea del Sud. Anche loro paesi piccoli, tra i più avanzati dal punto di vista della tecnologia e della ricerca, anche loro confinano con paesi minacciosi. Il primo è un vero e proprio “stato digitale”, che ha scommesso sulle tecnologie della comunicazione per aprirsi al mondo e cercare l’autonomia anche dall’ingombrante vicino russo (http://www.lastampa.it/2015/05/31/esteri/estonia-il-paese-diventa-virtuale-per-difendersi-dal-nemico-russo-obTHD2WfOExfujGIWPCezN/pagina.html). In Corea del Sud, sono i grandi conglomerati (Samsung, LG, Hyundai ecc.) che investono miliardi di dollari in ricerca e sviluppo, facendo dell’economia coreana una delle più avanzate al mondo dal punto di vista tecnologico.

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Forse qualche lettore già comincia a capire perché il caso israeliano è diverso. Al contrario di quanto molti credono, la volontà di cambiare l’economia israeliana da un modello sostanzialmente centralista, statalista e agricolo non nasce soltanto da esigenze di difesa sempre più sofisticate o dalla ricerca militare. Nasce invece dall’urgenza di integrare l’enorme numero di immigrati russi, istruiti e competenti soprattutto in materie scientifiche, arrivati in Israele in massa dopo il crollo dell’URSS, creando non pochi problemi nella società israeliana. Nasce dalla volontà di valorizzare l’individuo e la sua conoscenza. È una concezione intimamente collegata alla natura stessa del popolo di Israele, come dimostra il fatto che le sue università più prestigiose (Hebrew University a Gerusalemme e Technion a Haifa) furono fondate ancora prima dello Stato. L’investimento sul capitale umano e sulla formazione, la creazione di un ambiente economico in cui si potesse esprimere la creatività e innovazione: questi sono stati i punti di svolta di Israele negli anni ‘90. Attirare investitori dall’estero senza che ci fosse ancora un vero mercato delle startup e del venture capital è stata la sfida che il programma YOZMA ha potuto vincere solo grazie ad una fiducia enorme nell’ingegno e nella creatività del proprio popolo.

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In Israele, la vera scommessa è stata sulla vita e sul futuro, non soltanto su necessità di difesa o sull’accrescimento della propria competitività a livello globale. Pur essendo casi di successo, né l’Estonia né la Corea del Sud portano nell’innovazione una tale carica di entusiasmo e di slancio verso nuovi traguardi, come invece si percepisce parlando con qualsiasi startupper, venture capitalist o semplice studente universitario israeliano. Il libro Startup Nation (in italiano Laboratorio Israele) descrive questo passaggio fornendo molte informazioni, attraverso una narrazione coinvolgente, come sa chiunque lo abbia già letto. Ma questa “storia” affascinante continua ogni giorno: Israele è oggi un mercato dell’innovazione maturo, dove non c’è più soltanto la rincorsa sfrenata alla “idea del secolo”, ma dove l’innovazione è diventata uno strumento di sviluppo sociale e politico.

L’attività dell’Office of Chief Scientist e del suo braccio operativo Matimop, i piani pluriennali Masterplan e il programma degli incubatori tecnologici sono tutti strumenti concentrati, ormai da qualche anno, a portare lo sviluppo in zone periferiche, come il Negev (un deserto divenuto cuore pulsate della cybersecurity a livello globale http://www.timesofisrael.com/the-birth-of-a-new-silicon-wadi-in-the-negev/) e la Galilea. Quest’ultima vede l’innovazione e l’hi-tech come strumenti di dialogo tra popolazione ebraica e araba, attraverso esperienze importanti di imprenditori illuminati come Stef Wertheimer, che ha creato il primo parco tecnologico a Nazareth, in poco tempo trasformata in nuovo distretto dell’hi-tech dove arabi ed ebrei lavorano insieme, coinvolgendo e dando un’opportunità anche a imprenditori dei Territori Palestinesi (http://www.haaretz.com/israel-news/business/1.664377).

La rivoluzione dell’alta tecnologia sta creando anche una nuova classe dirigente. Leader come il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat o il Ministro dell’economia Naftali Bennet vengono da storie imprenditoriali di successo nell’hi-tech. E proprio in un contesto complesso come Gerusalemme nascono nuovi incubatori che attraggono giovani creativi non solo nella tecnologia, ma anche nell’arte e nella moda (http://siftech.co/) continuando l’esperienza pioneristica del fondo JVP (Jerusalem Venture Partners), il primo a scommettere sulla capitale creando un “Media Quarter” (imitando i nomi dei quartieri della città vecchia) sulle tecnologie digitali e restaurando l’intero complesso della vecchia stazione, trasformandolo in un centro culturale con teatro, locali alla moda ed eventi (http://www.jvpvc.com/about-the-media-quarter).

Questo è l’Israele che ha usato le startup per integrare i rifugiati, ha portato la tecnologia nel deserto e rende l’innovazione uno strumento di sviluppo sociale, urbano e di dialogo tra arabi ed ebrei. Ecco perché nessun caso di nazione hi-tech presenta così tanti spunti avvincenti come quello israeliano. La “Silicon Wadi” e il “Cool Israel” non sono indipendenti, ma uno conseguente all’altro. La Startup Nation e la difesa dei diritti civili, l’innovazione e uno dei più famosi gay pride del pianeta, sono in realtà due facce della stessa medaglia, quella dell’entusiasmo di un paese e di fiducia per le nuove generazioni. Ecco perché sempre più giovani vogliono andare a studiare in Israele, magari creando lì il loro futuro, come ha ben capito la Sochnut, guidata in Italia da Claudia de Benedetti, diventata un vero punto di riferimento per tutte le ragazze e i ragazzi che vogliono cominciare questo percorso (http://www.israeluni.it/). Recentemente l’Istat ha diffuso un rapporto che confronta le generazioni italiane che si sono susseguite dal dopoguerra a oggi. Quando si arriva alle ultime, le conclusioni sono sconfortanti. Israele invece sorprende tutti con il quinto posto tra i paesi Ocse per soddisfazione sulla qualità di vita e l’undicesimo posto nel World Happiness Report (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=253&sez=120&id=61750). Forse, dovremmo fare qualche missione in meno in Iran e andare a capire qualcosa in più a Gerusalemme.

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Dario Peirone, Ricercatore di Economia e Gestione delle Imprese - Dipartimento di Economia e Statistica, Università di Torino

http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
www.jerusalemonline.com
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