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Ugo Volli
Cartoline
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Un lutto su cui è importante riflettere 14/08/2016

Un lutto su cui è importante riflettere
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,

Oggi gli ebrei osservanti digiunano tutto il giorno, leggono quel capolavoro terribile che è il Libro delle Lamentazioni, rispettano i comportamenti tradizionali del lutto stretto.
Lo fanno per ricordare una data, il nove del mese di Av, in cui la tradizione colloca la distruzione dei due templi di Gerusalemme (quella compiuta dai Babilonesi nel 586 prima della nostra epoca e quella di Tito nel 70), ma anche la fine della resistenza ai romani nel 135 con la caduta della città di Beitar, la cacciata di Spagna e pure un episodio biblico giudicato tragico, l’interdizione divina all’ingresso in terra di Israele della generazione uscita dall’Egitto, dovuta alla sua sfiducia nell’aiuto divino e nella bontà della terra promessa, che dimostrò fidandosi delle spie mandate a vedere la terra di Canaan e tornate terrorizzate “come insetti” di fronte ai “giganti” che la abitavano.
Insomma il 9 di Av è la data più triste del calendario liturgico ebraico, priva anche del significato di espiazione che dà un senso angosciante sì ma sostanzialmente positivo al digiuno di Yom Kippur, le cui regole sono simili.

Oggi, quando mi leggete, in realtà è il 10 di Av, ma una regola fondamentale dell’ebraismo è che lo Shabbat è così sacro e dev’essere così lieto da cancellare ogni lutto, per cui negli anni come questo in cui vi cade il 9 di Av, il digiuno slitta alla domenica e complessivamente il rito si addolcisce.
Chiedo perdono a chi sa già queste cose, probabilmente meglio di me, ma ritengo che fra i compiti di questo mio diario in pubblico vi sia quello di illustrare anche le principali feste ebraiche, mettendone in luce il senso, se non il senso religioso profondo almeno quello contemporaneo, che caratterizza la cultura ebraica nel suo rapporto col mondo e con la scena politica mediorientale. Un’analisi del conflitto mediorientale che non tenesse conto della tradizione religiosa ebraica, cioè dell’anima della sua nazionalità, non sarebbe assolutamente in grado di comprendere le sue motivazioni profonde, quali sono le ragioni e le motivazioni profonde degli israeliani, anche di quelli che non si qualificano osservanti.

Il punto focale del digiuno del 9 di Av è la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio. Per questo ogni anno gli ebrei tengono il lutto da ventisei secoli (la data è già nel Libro di Geremia, contemporaneo della prima caduta: 52:12-13, poi compare in Zaccaria 7:3, nel secondo Libro dei Re ed è codificata nel trattato talmudico di Ta’anit): è come se i romani di oggi digiunassero ancora per l’invasione di Brenno (390 prima della nostra epoca) o i greci per le Termopili (-480): una memoria storica inaudita in ogni altra cultura.
La perennità di questa tradizione (testimoniata anche dal legame successivamente attribuito di nuovi lutti alla stessa data) parla alla coscienza ebraica di una continuità storica del proprio destino e innanzitutto del legame con Gerusalemme (oggi ridicolmente contestato dai palestinisti).

Non vi è distinzione nella tradizione ebraica fra ricordo storico nazionale e ricorrenza religiosa, perché per l’ebraismo la divinità viene incontrata collettivamente dal popolo e nella storia, che si tratti di un dono di libertà che salva o della punizione terribile che l’Eterno stesso ricorda “ruggendo di dolore”, come dice ancora il Talmud, nel trattato Berakhot. Chi pensa di staccare il popolo ebraico dalla sua tradizione religiosa, la Torah (come hanno provato gli estremisti di sinistra), ma anche chi cerca di staccare le tradizioni religiose dal destino del popolo (come fanno i più estremisti fra i charedim), non solo mette a rischio la sopravvivenza di entrambi, ma dimostra di non aver capito nulla neppure di quello fra questi due principi che dice di amare.

Vi è poi un terzo vertice del triangolo culturale che definisce l’ebraismo e lo differenza da altri popoli e tradizioni, dopo la Torah e il popolo questo terzo principio è proprio la terra di Israele e più specificamente Gerusalemme. L’intreccio fra Torah, popolo e terra è strettissimo nell’ebraismo. Dire che l’ebraismo ha sostituito una religione dello spazio con una del tempo, come hanno sostenuto alcuni (per esempio Heschel), è un pensiero brillante, ma molto incompleto.
E’ intorno al ricordo di Gerusalemme, alla volontà di ritornarvi che si riunisce il popolo; e la Torah, la pratica religiosa è incompleta senza la residenza nella Terra che proprio la Torah definisce “donata” (più che promessa).
Il digiuno del 9 di Av non è semplicemente una testimonianza del legame storico fra il popolo ebraico e Gerusalemme. Come molti altri dettagli del culto ebraico (per esempio la preghiera, detta tre volte ogni giorno e dopo ogni pasto, per la ricostruzione di Gerusalemme, l’invocazione alla fine del rito pasquale, numerosi salmi), esso dice che senza Gerusalemme (e il suo completo e pacifico possesso, il che contribuisce a spiegare perché ancora oggi si porti il lutto per la sua perdita), l’ebraismo è incompleto, carente, incapace di seguire la sua legge.

Gerusalemme, col suo tempio, per l’ebraismo non è solo un contesto per un episodio religioso decisivo, come la morte di Gesù nel Cristianesimo; o come per l’Islam una qualsiasi città antica (neppure davvero “il terzo luogo sacro” come si ripete meccanicamente, perché non è lì la moschea da cui sarebbe partito il pellegrinaggio notturno di Maometto, come ha spiegato bene recentemente Morechai Kedar (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=63426 ), ma è ben noto a tutti gli storici seri di quella religione.

Per gli ebrei la Terra di Israele con Gerusalemme al centro, con il cuore, l’anima, l’identità - in senso molto concreto e non retorico. Chiunque pensi al labirinto politico mediorientale deve tener conto di questo fatto. Ma c’è ancora un dettaglio in questa ricorrenza cui voglio accennare: dicono i maestri del Talmud che Gerusalemme cadde nel 70 e che forse anche gli altri episodi ricordati dal 9 di Av avvennero a causa del “sinat chinam”, l’odio insensato o irragionevole, che in quel tempo divideva il popolo ebraico e condusse i più sciocchi o malguidati fra i litiganti a invocare l’intervento dei nemici stranieri (non posso qui riassumere la storia, che è molto interessante; per chi fosse interessato invito alla lettura delle pagine 55b e 56a del trattato Gittin del Talmud bavli; le trovate fra l’altro qui in inglese: http://www.chabad.org/media/pdf/323/YIxQ3233957.pdf - i primi due paragrafi).

Non occorre aderire alla teologia della ripetitività della storia che è evidente nei multipli significati del 9 di Av per vedere chiaro che questa storia è attuale ancora oggi.
Vi è ancora “sinat chinaim”, vi sono gli ebrei che odiano il popolo ebraico e in fondo se stessi, che ricorrono al nemico potente per prevalere, che non rispettano lo stato - magari pensando di avere ragione e di essere i soli custodi della moralità e della legge.
E l’odio di sé di alcuni, la faziosità e il disprezzo per il popolo che motivano le loro azioni, sono certamente una buona ragione per mantenere viva questa ricorrenza e cercare di ricordarla per riflettere sull’oggi.

 

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Ugo


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